Carlo Crivelli nasce fra il 1430 ed il 1435 a Venezia, e sino al 1457 non ci sono documenti che lo riguardino, se non attestazioni che la famiglia viveva nel territorio della parrocchia di San Moisè. Poi, nel 1457, “una vicenda amorosa finita drammaticamente” (Pietro Zampetti): il 5 marzo viene condannato a sei mesi di carcere e ad una pena pecuniaria per aver commesso adulterio con Tarsia, moglie del marinaio Francesco Cortese, averla rapita e tenuta come concubina. Dal 1457 al 1468 praticamente non ci sono documenti sulla vita del pittore, che è stata faticosamente ricostruita in questo periodo cruciale dagli studi di alcuni grandi critici, fra gli altri Federico Zeri. Dopo aver scontato la condanna, Crivelli lascia Venezia, e non ci tornerà mai più, continuando però a firmarsi come “venetus” - segno di una affezione inestinguibile - sino all'ultima sua opera nota, che è alla Pinacoteca di Brera. Da Venezia, in cui era stato attento alle opere di Jacopo Bellini e dei Vivarini, il Crivelli va a Padova, a far gruppo con gli squarcioneschi, gli allievi di Francesco Squarcione, che più che un maestro era un impresario, anche un po' uno sfruttatore di pittori: diverse cause giudiziarie lo attestano.
A Padova avviene la sua formazione decisiva, a contatto col Mantegna degli Eremitani, col ferrarese Tura e con Giorgio Chulinovic detto lo Schiavone, un pittore dalmata con cui si lega di amicizia sino a trasferirsi con lui a Zara dove è nel 1465. Poco dopo attraversa l'Adriatico e nel 1468 dipinge il polittico di Massa Fermana, commisssionato dal conte Azzolini di Fermo. Dalle Marche non si sposterà più, fino alla fine: scompare fra il 1494 ed il 1495.
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